Sig. G.

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Mi hanno detto che la mia non è una malattia. E che comunque non si può curare. Il mio corpo non mi rappresenta, non sono io quello dentro quest’involucro fatto di rughe, barba incolta, lunga e liscia; mani nodose che sorreggono una busta contenente bibite gassate. Mi vedo riflesso nel vetro della metropolitana, distorto da una pubblicità di una compagnia telefonica. Circondato da persone che pensano a tutto tranne che alla vita. Li riconosci, guardano in giro e ridono a bocca aperta. Ridono sempre, senza cognizione di causa. Fanno rumore e gridano. A volte qualcuno più riflessivo, sono quelli che guardano a terra pensierosi e timidi, i più curiosi invece, sono quelli che guardano intorno, quelli che se alzi lo sguardo d’improvviso li puoi guardare negli occhi per un attimo, subito prima che guardino altrove.

Ho un bocchino nella tasca destra della camicia, dicono che non faccia bene fumare, ma visto che posso solo peggiorare, allora voglio vivere togliendomi tutti gli sfizi che posso. Come il cioccolato, per anni non l’ho mangiato perché da piccolo mi aveva cariato tutti i denti. Mia madre me l’aveva proibito, non sapendo che le carie erano dovute allo zucchero e non al cioccolato, ho passato così mesi a pregarla di darmene almeno un pezzetto. Anni a desiderare quel gusto in bocca, poi col tempo l’ho dimenticato e quando ero abbastanza grande per procurarmelo non suscitava più lo stesso interesse. Ma mi sbagliavo, ora ne mangio di tutti i tipi, prediligendo quelli al latte zuccherini, anche se l’altro giorno mio nipote me ne ha fatto provare uno amaro al peperoncino, e mi è piaciuto anche quello.

I piaceri della gola, il fumo e l’amore, queste sono le cose importanti della vita.

E se i miei capelli sono diventati lunghi e bianchi, il mio spirito no, è colorato e vivace. Leggo, leggo ancora, moltissimo; cammino alla scoperta di nuovi scorci di una vecchia città che mi ha dato i natali, percorro antichi sentieri per riscoprire i panorami di un tempo. Aspiro dal mio lungo naso odori aspri e polverosi e le mie scarpe sono sporche di terra e olio motore. Ma la mia anima è pulita, non ho mai fatto del male a nessuno, forse ho peccato nei riguardi di qualche zanzara, ma era legittima difesa, lo giuro.

Porto il berretto invernale, anche se siamo in estate, i vestiti sono logori e la camicia è a quadri come quella dei boscaioli di un tempo per ricordami le estati passate ad abbattere pinete. Metto questi vestiti cercando di camuffare il mio aspetto da malato terminale, ma il mio viso rivela il mio vero stato.

C’è qualcosa infatti che mi consuma di giorno in giorno. Non c’è rimedio, non c’è cura, l’uomo è andato sulla luna, è capace di mettere tacconi e surrogati di organi per poter andare avanti ancora per un po’. Il tempo è l’unica cosa bella che mi sta capitando, ed è anche il vero problema.

La mia, come dicevo, non è una malattia, ma è un problema che, se sarete fortunati, sarà anche il vostro.

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Torta di rose

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Ingredienti della Torta di rose

300 gr di farina, 30 gr di lievito di birra, latte, due uova, scorza di limone, 130 gr di burro, 150 gr di zucchero.

Preparare il lievitino con tre cucchiai di farina, quattro cucchiai di latte caldo e il lievito di birra, mescolare bene e creare una palla da lasciare lievitare in un luogo caldo fino che raddoppia di volume. A questo punto aggiungere all’impasto la restante farina, le uova, 50gr di zucchero, un pizzico di sale, la scorza del limone e se necessario altro latte per rendere l’impasto liscio. Lasciare lievitare finchè raddoppia di volume, nel frattempo montate 100gr di burro con lo zucchero rimasto. Stendete l’impasto in un rettangolo non troppo sottile e spalmare sopra la crema di burro e zucchero, arrotolare dal lato più lungo. Tagliare circa 12 tocchetti, disporli in una teglia imburrata e infarinata, distanziati l’una dall’altra. Far lievitare fino a quando le rose iniziano ad unirsi tra loro, spennellare la superficie con i 30gr di burro fuso e infornare a 200° per 20-30 min.